Inutile nasconderlo,
la prigione non riesce a piegarsi a nessuno scopo sociale condivisibile,
essa sequestra i bisogni-desideri, e stabilisce quando questi
debbono essere soddisfatti, persino decidendo quando e dove sarà possibile
realizzarli.
E’ in
questa dinamica che la mente finisce in un anfratto remoto,
in un angolo dove non è più possibile vedere niente.
Penso
che fino a quando non si comprenderà che in carcere
si va perché puniti e non per essere puniti, questa non
dimensione spingerà il detenuto privato della libertà a
sedersi a tavola con la morte, decidendo di guardarla in faccia
e sfidarla. Senza però tenere in considerazione che la
morte quasi sempre vince. E’ una prova questa, che indica
la paura del potere della morte, ma ugualmente il carcere continua
a rimanere un luogo non autorizzato a fare nascere vita
né speranza, non rammentando che l’uomo privato
della speranza è un uomo già morto.
Momento
dopo momento, giorno dopo giorno, anno dopo anno, in compagnia
del solo passato che ricompone la sua trama, e passato, presente e
futuro sono lì, in un presente che è attimo dove
non esiste futuro, e allora riconoscere i propri errori è un’impresa
ardua.
Le
analisi sistematiche a questo punto servono poco, per rendere
più umano l’inumano: dalla mia ridotta specola sono
più propenso a credere che occorre convincersi dal
di dentro, della possibilità di raggiungere
dei traguardi e degli obiettivi, per ritornare a volersi un po’ bene,
per riuscire a essere persone e non solo numeri usati per la
statistica.
Finché i
ragionamenti saranno un’estensione degli atteggiamenti
negativi, le rappresentazioni mentali si trasformeranno in
eventi negativi.
Il
carcere è ancora, ancora e ancora quello che ben sappiamo,
ma chi vive in quest’agglomerato umano ha il diritto-dovere
di ritrovare fiducia in se stesso e negli altri, e ci riuscirà solamente
comprendendo che l’intorno non parla, perché noi
non parliamo, e peggio non siamo capaci di aprirci.
Eppure
gli altri sono i mille pezzi che a noi mancano, che a noi sono
sempre mancati, e finché noi continueremo a pensare di
sopravvivere senza il bisogno dell’altro, nel lungo tempo
ci ritornerà questo annichilimento con la stessa
intensità e precisione.
Ciò che
noi diventeremo è ciò che ci siamo incisi nella
mente, l’immagine di noi stessi che ci siamo costruiti
si riprodurrà con un fatto concreto.
Ecco
perché sono dell’idea che finché il carcere,
ma meglio dire tutto il consorzio sociale, non si attiverà consapevolmente
con il suo interessamento produttivo e non pietistico, e non
si predisporrà ad aiutare chi è nell’errore
a ritenersi capace di essere in costante e continuo miglioramento,
ebbene, questa indifferenza e questo disinteresse collettivo continuerà a
seppellire quei “dettagli” che invece servono per
migliorarci tutti.
Vincenzo
Andraous
30/05/2004