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La situazione dei media in Italia
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"Oggi per instaurare un regime, non c'è più bisogno di una marcia su Roma né di un incendio del Reichstag, né di un golpe sul palazzo d'Inverno. Bastano i cosiddetti mezzi di comunicazione di massa: e fra essi, sovrana e irresistibile, la televisione".
Con queste parole Indro Montanelli, uno dei migliori giornalisti che il Bel Paese abbia mai avuto, allertava gli italiani: e le sue parole sono piu' attuali che mai. La situazione dei media in Italia, regolata negli anni '90 dalla legge Mammi', e' stata recentemente modificata dalla legge Gasparri, con la quale il governo si prefigge di ridefinire l'assetto del sistema delle comunicazioni, anche alla luce delle nuove tecnologie. Ma la strada per l'inferno e' lastricata di buone intenzioni... Nell'articolo 3 della legge Gasparri infatti, dedicato ai principi fondamentali della comunicazione, si legge:
Sono principi fondamentali del sistema radiotelevisivo la garanzia della liberta' e del pluralismo dei mezzi di comunicazione radiotelevisiva, la tutela della liberta' di espressione di ogni individuo, inclusa la liberta' di opinione e quella di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza limiti di frontiere, l'obiettivita', la completezza, la lealta' e l'imparzialita' dell'informazione, l'apertura alle diverse opinioni e tendenze politiche, sociali, culturali e religiose e la salvaguardia delle diversita' etniche e del patrimonio culturale, artistico e ambientale, a livello nazionale e locale, nel rispetto delle liberta' e dei diritti.
Peccato pero' che ai buoni propositi non corrisponda uno sviluppo reale del giornalismo italiano: viene quasi da dubitare che i propositi siano stati davvero buoni. Con l'articolo 15 infatti la stessa legge crea il “Sistema Integrato delle Comunicazioni” all'interno del quale ogni soggetto può detenere al massimo una quota del 20%. Il dato numerico pero' è poco significativo: nel SIC infatti rientrano i ricavi di provenienza piu' diversa: canone e abbonamenti, pubblicità, televendite e telepromozioni, investimenti di enti e imprese, provvidenze pubbliche, editoria scolastica, affissioni e guide telefoniche... Il tetto del 20% dunque, applicato ad un settore di queste dimensioni, non e' sufficiente per impedire la creazione di posizioni dominanti. Sembra invece calzare a pennello al fatturato di Mediaset, di gran lunga il maggiore, e confermare la posizione dominante di sua Emittenza Berlsusconi: a capo di tre reti televisive private (Mediaset Group), del servizio pubblico, nonche' della maggiore concessionaria di pubblicita' italiana (Publitalia 80), controlla due quotidiani (Il Giornale e Il Foglio) ed un settimanale (Panorama), oltre al piu' importante gruppo editoriale italiano (Mondadori). E nonostante il mercato pubblicitario fosse gia' caratterizzato dal più alto livello di concentrazione in Europa, la nuova legge aumenta in concreto gli indici di affollamento pubblicitario sulle reti tv private: dal 18 al 20%. “L'approvazione della Gasparri è davvero una pagina nera nella storia dell'informazione italiana e internazionale .” Sono le parole di Serventi Longhi, il segretario generale della Federazione Nazionale Stampa Italiana. Mentre Vittorio Dotti, ex avvocato di Berlusconi ed ex capogruppo di Forza Italia, dichiara in un'intervista: “La legge si segnala per un suo nucleo centrale che e' quello di assicurare il mantenimento dell'assetto radiotelevisivo attuale, anziché provvedere a introdurre una normativa idonea a consentire l'ingresso di nuovi soggetti. (...) L'espediente a cui ricorre la legge e' terribile, e' quello di identificare un mercato rilevante, di proporzioni talmente enormi che le quote da cui ciascun operatore puo' attingere sono altissime e quindi prosciugano tutte le risorse che ci possono essere sul mercato, impedendo che soggetti terzi possano entrarci. (...) Con questo scherzetto viene in sostanza preclusa ogni forma di pluralismo a favore di interessi di parte.”
La legge Gasparri rafforza inoltre il controllo del governo sul consiglio di amministrazione della Rai: in questo modo la televisione pubblica diventa non espressione degli equilibri (o squilibri) parlamentari, ma sempre piu' dello stesso governo. In una democrazia reale i media dovrebbero “controllare” il modo di agire dei rappresentanti politici e non viceversa. In un intervento apparso sul forum del gruppo Giornalisti Senzabavaglio, si legge:
“Qual è la vera situazione del giornalismo italiano? La maggior parte dei colleghi lamenta un decadimento generale della professione, altri invece descrivono una situazione straordinaria. Sarebbe bello potere ancora esprimere liberamente le proprie opinioni e senza paura di ritorsioni. (...) Sarebbe bello potere raccontare liberamente le brutte storie che riguardano la categoria dei giornalisti e rispondere alla domanda sullo stato di salute del giornalismo italiano ma è troppo pericoloso.” Internet e' forse l'unico “luogo” dove si possono ancora raccontare i fatti reali, tutti, nonche' esprimere le proprie opinioni. Gratis, ovviamente. Mentre altre iniziative nate dal basso, come le televisioni e le radio di quartiere, vengono inserite dal Ministero dell'Interno in una relazione dedicata a “terrorismo ed eversione” (!) e cosi' descritte: “emittenti non autorizzate, spesso vicine all'area dei centri sociali, irradiano programmi alternativi con l'obiettivo di creare un Global network che dia ai movimenti antagonisti canali comunicativi indipendenti.”
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