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La
contestazione degli anni '60-'70 -
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LA FILOSOFIA
Per
quanto riguarda il pensiero filosofico, le radici profonde della
contestazione si possono senz’altro far risalire alle teorie di Marx ma
il filosofo più famoso, considerato l’ispiratore vero
e proprio della contestazione, fu Herbert Marcuse, di origine tedesca
che proprio negli anni ’60, vive negli Usa ed insegna nelle
università californiane al centro della rivolta.
Ma quali
sono le teorie che vengono accettate del filosofo del socialismo?
Abbiamo
visto che, dopo il 1968, l’attenzione, dai giovani, si è spostata
anche sugli operai, i quali, forti di una congiuntura favorevole,
non hanno esitato a scendere in piazza e a rivendicare i propri
diritti di operai salariati. Questo malcontento era però nato
molto tempo prima, dopo la II rivoluzione industriale, quando stava
cominciando a prendere piede il sistema capitalista che poi divenne
il protagonista dell’economia mondiale.
Ciò è dovuto
principalmente alla sua incapacità di pensare in modo dialettico.
Infatti, essa eternizza il sistema capitalistico, considerandolo
non come un sistema economico fra i tanti della storia,
ma come il modo naturale, immutabile e razionale di produrre
e distribuire la ricchezza. Inoltre l’economia politica non
scorge la struttura contraddittoria del proprio oggetto, ossia
la conflittualità che caratterizza il sistema capitalistico
e che si incarna soprattutto nell’opposizione reale fra capitale e lavoro
salariato, fra borghesia e proletariato. Tale contraddizione
viene espressa da Marx mediante il concetto di alienazione che
egli considera un fatto reale, di natura socio-economica, in quanto
si identifica con la condizione storica del salariato nell’ambito
della società capitalistica. L’alienazione dell’operaio
viene descritta da Marx sotto quattro aspetti fondamentali:
- Il lavoratore è alienato
rispetto al prodotto della sua attività in quanto
egli produce un oggetto, il capitale, che non gli appartiene
e che si costituisce come una potenza dominatrice nei suoi confronti.
- Il lavoratore è alienato
rispetto alla sua stessa attività, che prende la
forma di un lavoro forzato in cui egli è strumento di
fini estranei
- Il lavoratore è alienato
rispetto alla sua essenza. Infatti la prerogativa dell’uomo
nei confronti dell’animale è il lavoro libero e
creativo, mentre nella società capitalistica è costretto
ad un lavoro forzato e ripetitivo.
- Il lavoratore è alienato
rispetto al prossimo, perché l’altro, per
lui, è soprattutto il capitalista, cioè un individuo
che lo tratta come un mezzo e lo espropria del frutto della sua
fatica, facendo sì che il suo rapporto con lui sia per
forza conflittuale.
La causa del meccanismo
globale dell’alienazione risiede nella proprietà privata
dei mezzi di produzione, in virtù della quale il possessore
della fabbrica (=il capitalista), può utilizzare il
lavoro di una certa categoria di individui (=i salariati), per
accrescere la propria ricchezza. La dis-alienazione dell’uomo
si identifica con l’abbattimento del regime della proprietà privata
e con l’avvento del comunismo.
Nel Manifesto del
partito comunista(1848), Marx si propone di esporre gli scopi
e i metodi dell’azione rivoluzionaria. Nella prima parte
del Manifesto, Marx descrive la vicenda storica della
borghesia, sintetizzandone meriti e limiti. La borghesia, secondo
il filosofo, appare una classe costituzionalmente dinamica, che
ha dissolto sia le vecchie condizioni di vita, sia idee e credenze
tradizionali. Tuttavia le moderne forze produttive, sempre più sociali,
si rivoltano contro i vecchi rapporti di proprietà, ancora
sottomessi alla logica del profitto personale, generando delle
crisi terribili. Infatti, il proletariato, classe oppressa dalla
società borghese, non può fare a meno di mettere
in opera una dura lotta di classe, volta al superamento
del capitalismo e delle sue forme istituzionali e ideologiche.
Marx insiste inoltre sull’internazionalismo della lotta
proletaria, e termina il Manifesto con il noto slogan
rivoluzionario: “Proletari di tutti i Paesi, unitevi!”
Il Capitale può essere
considerato il testo-chiave della dottrina marxista. In esso Marx
studia il capitalismo distinguendone gli elementi di fondo ed astraendo
quelli secondari, al fine di metterne in luce le caratteristiche
strutturali e le tendenze di sviluppo.
Secondo Marx la caratteristica
specifica del modo capitalistico di produzione, rispetto alle società precedenti, è di
essere produzione generalizzata di merci. Quindi la prima parte
del Capitale è dedicata all’analisi del fenomeno “merce”.
Secondo Marx la caratteristica peculiare del capitalismo è il
fatto che in esso la produzione non risulta finalizzata al consumo,
ma all’accumulo di denaro. Di conseguenza, il ciclo capitalistico
non è quello semplice, prevalente nelle società pre-borghese
di merce-denaro-merce (M.D.M.). il ciclo economico peculiare
del capitalismo e piuttosto denaro-merce-più denaro (D-M-D’).
Infatti, nella società borghese, abbiamo un soggetto, il
capitalista, che investe denaro in una merce, per ottenere, alla
fine, più denaro. Ma come è possibile che qualcuno
acquisti una merce che gli procura più denaro, e quindi
più valore? Da dove deriva questo plus-valore? Esso
non può provenire né dal denaro stesso, che è un
semplice mezzo di scambio, né dallo scambio stesso. Marx
ritiene che l’origine del plus-valore debba essere cercata
a livello della produzione capitalistica delle merci. Infatti nella
società borghese il capitalista ha la possibilità di
comprare e usare una merce particolare, che ha come caratteristica
quella di produrre valore. Questa è la “merce umana”,
ossia l’operaio.
Infatti il capitalista compera la
sua forza-lavoro, pagandola come una qualsiasi merce, ovvero secondo
il valore corrispondente alla quantità di lavoro socialmente
necessario a produrla, che corrisponde al salario. Tuttavia l’operaio
ha la capacità di produrre un valore maggiore di quello
che gli è corrisposto col salario. Il plus-valore discende
quindi dal plus-lavoro dell’operaio, e si identifica con
l’insieme del valore da lui gratuitamente offerto al capitalista.
Questo sfruttamento da parte del capitalista può avvenire
poiché esso possiede i mezzi di produzione, mentre
il lavoratore dispone unicamente della propria energia lavorativa ed è costretto,
per vivere, a “vendersi”sul mercato, in vista del salario.
Ciò fa sì che
il capitalismo insegua tutte le vie possibili per raggiungere la
maggior quantità possibile di plus-valore, caratterizzandosi
come un tipo di società retto dalla logica del profitto
privato,anziché dalla logica dell’interesse collettivo.
Così prima il capitale cerca di accrescere il plus-valore
aumentando la giornata lavorativa ma oltre un certo numero di ore
la forza-lavoro dell’operaio cessa di essere produttiva.
Di conseguenza il capitalismo punta alla riduzione della parte
di giornata lavorativa necessaria ad integrare il salario. Ciò è possibile
tramite una maggiore produttività del lavoro e quindi tramite
l’inserimento di sempre nuovi e più efficienti metodi
e strumenti di lavoro. La grande svolta del modo capitalistico
di produzione è la nascita dell’industria meccanizzata
che introduce,nel ciclo lavorativo, la macchina, capace
di aumentare enormemente la quantità di merce prodotta nello
stesso tempo con lo stesso numero di operai. Inoltre le macchine
non hanno bisogno di riposo e permettono l’allungamento della
giornata lavorativa. Infine,rendendo meno faticose le operazioni
lavorative, i capitalisti possono ricorrere alla forza-lavoro delle
donne e dei bambini, meno costosa e più docile.
In questo
clima, Marx auspica la rivoluzione del proletariato, il
quale, impadronendosi del potere politico, potrà dare avvio
alla trasformazione globale della vecchia società, attuando
il passaggio dal capitalismo al comunismo. La rivoluzione comunista
cancella ogni forma di proprietà privata, di divisione del
lavoro e di dominio di classe. Lo strumento tecnico della trasformazione
rivoluzionaria è la
socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio che, passando
nelle mani della comunità, pongono fine al fenomeno del
plus-valore e dello sfruttamento di classe.
Violenta o pacifica
che sia, la rivoluzione proletaria deve mirare, come primo traguardo,
all’abbattimento dello Stato borghese e delle sue forme istituzionali.
Ma il proletariato, se vuole davvero costruire il comunismo, fermando
contemporaneamente le inevitabili mosse contro-rivoluzionarie della
borghesia, non può fare a meno di instaurare una sua dittatura che
appare come una dittatura della maggioranza degli oppressi su una
minoranza di ex-oppressori, destinata a scomparire. Secondo Marx,
tuttavia, la dittatura del proletariato è solo una misura
storica di transizione che mira al superamento di se medesima
e di ogni forma di Stato dopo l’edificazione completa del
socialismo.
Contemporaneo alla
contestazione e alla rivolta operaia, Herbert Marcuse incentra
la sua attenzione sulla polemica contro la società repressiva
e la difesa dell’individuo e delle sue istanze di felicità,portando
avanti un tentativo di sintesi originale tra marxismo e freudismo.
Le sue opere più significative sono Eros e civiltà (1955)e L’uomo
a una dimensione (1964).
Alla base di Eros
e civiltà sta la convinzione,mutata da Freud, che
la società ha potuto svilupparsi solo in virtù della
repressione degli istinti, e in particolare della ricerca del
piacere, la quale secondo la psicanalisi costituisce la molla
fondamentale dell’essere umano. Infatti, la società è riuscita
ad accrescere la produttività e a mantenere l’ordine,
solo impedendo all’individuo la libera soddisfazione delle
pulsioni. Marcuse ritiene che non sia la civiltà in quanto
tale ad essere repressiva,bensì quel tipo particolare
di civiltà che è la società di classe. Freud
secondo Marcuse,non distinse fra rimozione di base (cioè un
certo controllo degli istinti richiesto dalla vita sociale) ed
un surplus di rimozione richiesto dalla particolare forma storica
di civiltà delineatasi in Occidente. Quest’ultima è stata
completamente sottomessa a ciò che Marcuse chiama il “principio
della prestazione”, ossia alla direttiva di impiegare tutte
le energie psico-fisiche dell’individuo per scopi produttivi
e lavorativi.
Il principio di prestazione,
riducendo il singolo ad un’entità per produrre, ha
represso le richieste umane di felicità e di piacere, comportando
la diserotizzazione del corpo umano e la cosiddetta “tirannide
genitale”, ossia la riduzione della sessualità a puro
fatto genitale e procreativo. In tal modo, il fine della vita,
anziché essere quello di godere con gli altri del nostro
stare al mondo, è divenuto il lavoro e la fatica, che gli
uomini hanno finito per accettare come qualcosa di naturale, o
come la giusta punizione per qualche colpa commessa, proiettando
nella propria psiche la rimozione, secondo un processo che Marcuse
chiama “autorepressione dell’individuo represso”.
Tuttavia la civiltà della prestazione non ha potuto far
tacere completamente gli impulsi primordiali verso il piacere,
la cui memoria è conservata nell’inconscio e nelle
sue fantasie.
Nell’opera L’uomo
a una dimensione, questo è l’individuo alienato
della società attuale, colui per il quale la ragione si è identificata
con la realtà, perciò non scorge più il
distacco tra ciò che è e ciò che deve
essere; sicché per lui, al di fuori del sistema in
cui vive, non ci sono altri possibili modi di esistere. Il sistema
tecnologico, infatti, ha la capacità di far apparire razionale
ciò che non lo è e di stordire l’individuo
in un frenetico universo consumistico e si ammanta di forme pluralistiche e
democratiche, che però sono puramente illusorie, poiché le
decisioni, in realtà, sono sempre nelle mani di pochi.
La stessa tolleranza di cui tale società si vanta, è unicamente
una tolleranza repressiva, poiché il suo “permissivismo” funziona
solo a proposito di ciò che non mette in discussione il
sistema stesso.
Tuttavia la società tecnologica
non riesce ad imbavagliare tutti i problemi, a cominciare dalla
sua contraddizione di fondo, quella fra il potenziale ossesso dei
mezzi atti a soddisfare i bisogni umani e l’indirizzo conservatore
di una politica che nega a taluni gruppi l’appagamento dei
bisogni primari e stordisce il resto della popolazione con l’esaurimento
di bisogni fittizi. Tale situazione fa sì che il soggetto
rivoluzionario non sia più quello individuato dal marxismo
classico, ossia il lavoratore salariato, bensì quello dei
gruppi esclusi(emarginati, stranieri, sfruttati, perseguitati di
altre razze e altri colori, disoccupati e inabili). Sono loro che
devono attuare il Grande rifiuto perché la loro opposizione
colpisce il sistema dal di fuori e non è sviata da esso: è una
forza elementare che viola la regola del gioco, e così facendo
mostra che è un gioco truccato.
Claudia
Porzio
30/06/2003
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