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La contestazione degli anni '60-'70 - Pagina 2

L’AUTUNNO DEL ’69 E GLI ANNI ‘70
La tensione toccò il culmine nell’autunno del 1969, il cosiddetto “autunno caldo”, quando si inasprì la protesta dei metalmeccanici per il rinnovo dei contratti di lavoro. Ebbe così inizio la “strategia della tensione”che mirava al ripristino dell’ordine anche mediante il ricorso ad atti sanguinosi da attribuire ai Sessantottini. Alla strage milanese di Piazza Fontana, dove il 12 dicembre una bomba provocò sei morti, seguì la stipula del “contratto nazionale dei metalmeccanici” che fu favorevole per la classe operaia in discussione (salari uguali per tutti, settimana di quaranta ore, riduzione delle differenze tra le varie categorie dei lavoratori, riconoscimento delle forme organizzative come Consigli d’azienda o assemblee) e servì da modello per i contratti via via conclusi dalle altre categorie.
Nel 1970 i sindacati ottennero lo “Statuto dei Lavoratori” che allentava il controllo dei datori di lavoro sui dipendenti, riduceva la possibilità di comportamenti antidemocratici degli imprenditori ed introduceva il principio della “giusta causa” per i licenziamenti
La riconquistata stabilità sociale, segnò anche l’indebolimento del movimento studentesco a cui vennero comunque forniti alcuni riconoscimenti come la liberalizzazione degli accessi universitari, la liberalizzazione dei corsi e dell’esame di maturità, il diritto di assemblea nelle superiori.
Negli anni ’70 proseguì la strategia della tensione a causa del dilagante “terrorismo nero” che mirava a seminare il panico tra la popolazione e che culminò nella strage di Piazza della Loggia a Brescia (1974) e nella strage dell’agosto 1984 nella stazione ferroviaria di Bologna in cui rimasero uccise 85 persone. Nacque poi anche un “terrorismo rosso”che reclutò i suoi aderenti nell’estrema sinistra extraparlamentare. Esponenti del terrorismo rosso erano le Brigate Rosse, i Nuclei Armati Proletari, Prima Linea che adottavano la lotta armata e clandestina per abbattere il capitalismo dello Stato borghese. Tali gruppi attuarono decine di rapimenti, ferimenti e omicidi tra i quali il più tristemente famoso è quello di Aldo Moro, presidente del partito della DC, ucciso nel 1978 dalle BR create da Renato Curcio.

IL PANORAMA LETTERARIO ITALIANO
A partire da questi anni si sviluppa in Europa quella società industriale nella fase del capitalismo avanzato e quella civiltà di massa in cui oggi viviamo. È una società caratterizzata dal consumismo, dall’omogeneizzazione del gusto collettivo, dalla mercificazione di qualsiasi tipo di valori. Questo aspetto si identifica con la cosiddetta “Industria culturale”: il mercato dell’arte si allarga a dismisura, la richiesta dei beni culturali non si diversifica da quella dei prodotti industriali poiché anch’essi sono simboli di promozione sociale, prima ancora che di promozione della cultura. È quindi la domanda a determinare l’offerta e la produzione ed è il sistema a provocare la domanda. L’artista è quindi condizionato dalle leggi di mercato e si può ridurre a docile produttore di asettici beni di consumo. È per questo che dalla fine degli anni ’50 si ha avuto nel mondo letterario e figurativo, un pullulare di ricerche, sperimentazioni, neoavanguardie. Gli artisti hanno tentato la contestazione dei valori della società di massa.
Il bisogno di creare qualcosa di nuovo nasce dalla crisi del Neorealismo, caratterizzato da una cultura dell’impegno. Gli intellettuali impegnati hanno fatto del rinnovamento della coscienza e della lotta ideologica il punto di base delle loro opere letterarie. Il concetto di letteratura impegnata, agli inizi degli anni ’60 si è ormai logorato e svuotato. Si è passati dal piano della rappresentazione storica a quello della rappresentazione esistenziale.
Pier Paolo Pasolini è stato un protagonista della vita culturale di questo periodo di grandi mutamenti. Alla ribalta sia per la sua omosessualità (da ricollegarsi ad un profondo complesso edipico scaturito dal contrasto tra la severa durezza del padre e la mitezza dell’amatissima madre), sia per le sue posizioni polemiche nei confronti della società contemporanea.
La formazione giovanile di Pasolini è inserita nel clima dell’ermetismo ed è incentrata sulla “venerazione della poesia”vista come valore assoluto e sacro. Pasolini è impermeato di un forte populismo, ma il sottoproletariato per lui non è portatore di valori sociali positivi nei valori della borghesia, ma è qualcosa di irrimediabilmente “altro” rispetto ad essa, una negazione totale ed oggettiva dei suoi valori.
Anche l’uso costante del dialetto romanesco non corrisponde ad esigenze realistiche o naturalistiche; corrisponde invece ad un bisogno di immersione totale in quella materia così vitale e torbida al tempo stesso, di regressione in pura fisicità al di qua di ogni coscienza. Durante gli anni ’60 la posizione di Pasolini nei confronti della società muta radicalmente. Egli si rende conto che con il boom economico e l’affermarsi della civiltà dei consumi, il sottoproletariato è venuto ad appiattirsi nella società, perciò il letterato decide di condurre una lotta più accanita contro il “nuovo fascismo” consumistico che punta all’omologazione totalitaria del mondo cancellando ogni differenza individuale, sociale e negando la libertà. Questa polemica contro la civiltà, inevitabilmente approda al vagheggiamento di un’incorrotta ed autentica civiltà contadina fatta come l’attuale ma con consumatori di beni veramente necessari che egli crede in un primo momento di trovare a Casarsa, in Friuli. Nato nel 1922, Pasolini trascorse l’infanzia in Emilia, Lombardia e Veneto. Dopo essersi laureato in lettere con una tesi su Pascoli, si dedicò al giornalismo (soprattutto per Il Corriere della Sera  e per Officina) e alla letteratura. Durante la contestazione studentesca, assunse posizioni spesso imprevedibili, schierandosi apertamente contro gli studenti e a favore delle forze della polizia, dichiarando di vedere in quest’ultima il ceto proletario e negli studenti il ceto piccolo-borghese dei cosiddetti “figli di papà”. Pasolini fu romanziere e poeta. Per la poesia ricordiamo La meglio Gioventù (1954) in dialetto friulano, Le ceneri di Gramsci (1957) la religione del mio tempo (1962), trasumanar e organizzar (1971). Per la sua attività in prosa, invece Ragazzi di vita (1955) e Una vita violenta(1959).
Pasolini si dedicò anche all’attività di regista. Tale scelta è da riscontrarsi nel fatto che egli si rendeva conto che tramite i mezzi di comunicazione di massa, il suo messaggio poteva essere recepito da un numero maggiore di persone. All’intellettuale “contro” non resta che servirsi degli strumenti del nemico, perché non ne esistono altri; non resta che denunciare i mass media per mezzo dei mass media stessi. Tra le sue creazioni cinematografiche più importanti ricordiamo Accattone (1962), Il Vangelo secondo Matteo (1964), Medea (1969).
All’attività creativa va aggiunta l’attività critica e saggistica che Pasolini esplica in Passione e ideologia (1960), Empirismo critico (1972) e Scritti corsari (1975).
Pasolini ha intuito che l’intellettuale si sta trasformando in un intrattenitore televisivo, cioè in una figura priva delle funzioni dell’intellettuale-pensatore, mediatore ideologico o contestatore. Egli stesso, più volte, ha dichiarato di essere il “buffone del pubblico di massa” cioè un intellettuale intrattenitore, ma questa era anche l’unica via per far si che il suo messaggio venisse ascoltato. La riflessione pasoliniana si concentra sulla mutazione antropologica indotta dai mass media, rivendicando la necessità di difendere l’identità dei dominati, cioè della cultura popolare, quella cultura che egli fa vivere nei personaggi dei suoi romanzi (protagonisti un po’ rudi e “bucolici”ma proprio per questo più genuini e vitali) la cui estinzione si esprime nel trionfo di una nuova lingua nazionale a base tecnologica e televisiva. Come tutta la sua vita, anche la sua morte fu oggetto di scandalo: egli infatti fu assassinato e il suo corpo fu ritrovato l’alba del 2 novembre 1975 a Fiumicino e la cattura del giovane colpevole non basta a diradare le incertezze sui modi e sulle cause del delitto.
Paolo Volponi fu molto legato a Pasolini, con il quale collaborò alla rivista “Officina”. Volponi nasce ad Urbino nel 1924 dove è vissuto fino al conseguimento della laurea in legge. È una figura anomala di letterato italiano perché è l’unico che abbia avuto un’esperienza di lavoro, lunga e continuata, all’interno del mondo industriale, dapprima alla Olivetti di Ivrea, poi alla Fiat di Torino. Allontanato dalla Fiat per le sue dichiarazioni a favore del PCI, venne eletto senatore nella lista di questo partito a partire dal 1983 e ha poi aderito a Rifondazione Comunista. Muore nel 1994 all’ospedale di Ancona nel reparto neurologico.
Volponi, al contrario di Pasolini, non ha mai avuto un atteggiamento di rifiuto della realtà industriale e del modo capitalistico di produzione, ma si è battuto per una loro correzione o riforma sociale rivolta all’interesse comune e non solo al profitto privato. Solo quando, vivendo all’interno del mondo dell’industria, si è reso conto della sordità del sistema a queste esigenze, ha progressivamente maturato un atteggiamento sempre più radicale di critica. Volponi nel panorama letterario, muove dall’esperienza di “Officina”e del “Menabò”unendo impegno etico-politico e sperimentalismo formale consistente nell’introduzione di nuovi contenuti e nella capacità di osmosi tra poesia e prosa, motivi lirici e grotteschi, spunti realistici e surreali.
Nella sua prima attività come poeta Volponi si è segnalato con il ramarro (1948) e L’antica moneta (1955). Nel 1962 pubblica il suo primo romanzo Memoriale che è incentrato sul mondo della fabbrica e del lavoro industriale. Pubblica nel 1965 La Macchina mondiale, nel 1974 Corporale. Con Memoriale Volponi si inserisce appieno nel problema “letteratura e industria”che era un argomento fondamentale del dibattito politico-culturale. Questo libro narra la storia, raccontata in prima persona, di un contadino, Albino Saluggia, il quale assunto come operaio in una grande fabbrica torinese, vive drammaticamente lo sradicamento dalle sue abitudini e dal suo mondo, viene travolto dall’ingranaggio oppressivo e totalizzante della fabbrica e approda ad una irrimediabile nevrosi. La vicenda del protagonista che si configura come caso clinico, serve ad esemplificare vistosamente un rapporto tra singolo e contesto sociale: la sua nevrosi è emblema dell’alienazione che riguarda un’intera società. All’uomo come rimedio alla forza fagocitante della vita di fabbrica, non resta altro scampo che la malattia.
La macchina mondiale è una narrazione-confessione in prima persona e la problematica che affronta è molto complessa e articolata. Anteo Procioni, il protagonista, è un contadino marchigiano che persegue un suo ideale generoso e irrealizzabile: si logora per la stesura di un trattato filosofico-scientifico e per la costruzione di una macchina che sarà una sorta di “uomo nuovo”, con le qualità ma senza i limiti dell’uomo attuale. In conflitto con la società per questa sua vocazione rivoluzionaria, braccato, umiliato ed offeso, Anteo Procioni, in attesa di questa costruzione che avverte sempre più irrealizzabile, vagheggia una società libera e sincera, che abbia bruciato ogni scoria di violenza e di sfruttamento e si regga sulle leggi scintillanti della ragione.
Il professor Girolamo Aspri, protagonista di Corporale, è il terzo personaggio-emblema di Volponi. Intellettuale lacerato da instabili traumi, Girolamo vive con angoscia la ricerca di una figura paterna che attenui la sua insicurezza. Funzionario del PCI, impiegato dell’industria, emarginato per le sue posizioni di “rivoluzionario utopistico”, coinvolto in un’inestricabile serie di avventure, difficoltà, tentativi, il protagonista istituisce con la natura, coi luoghi, con gli altri, un rapporto di tipo carnale, è caratterizzato da una voracità di vita che però è compenso e denuncia insieme del suo groviglio di frustrazioni. In ultimo orienta tutta la sua attività ad un unico ossessionante scopo che non riuscirà a realizzare: costruirsi un rifugio atomico che gli assicuri sopravvivenza e rinnovamento insieme.
Come si può vedere dai suoi personaggi, Volponi ha cara l’idea che la nevrosi, e al limite la follia, possano offrire la più acuta interpretazione di una società prigioniera di valori codificati ed imposti; che l’irregolare, proprio perché portatore di scandalo, contenga una carica evasiva più pura e violenta.

 

   

 

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