| home | chi siamo | controinformazione | dossier | opinione | cultura | guestbook | newsletter | links | invia i tuoi articoli | scrivici |

Menù

Ultimi articoli

Scrivere su
ControCorrente

Inviate i vostri articoli o le vostre opinioni all'indirizzo:
info@controcorrente.info Saranno pubblicati quanto prima

Top links
Dossier
I mille volti del totalitarismo all'italiana
ultime notizie dalla patria del fascismo
Pagina 1

Il seguente articolo è stato appositamente redatto per il numero speciale della rivista russa “Neprikosnovennyj Zapas” (una specie di “Micromega”) dedicato al totalitarismo in Europa, che uscirà a maggio. Riferimenti ovvi per il lettore italiano (esempio: “il premier Silvio Berlusconi”) sono dovuti a tale destinazione originaria.

Il concetto di “totalitarismo” (inizialmente solo come aggettivo: “totalitario”) nasce e si diffonde già nei primi anni Venti nella riflessione degli antifascisti italiani. Ma oltre ad essere la patria del concetto di “totalitarismo”, l’Italia fra le due guerre ha anche espresso l’unico regime politico che si sia orgogliosamente definito “totalitario”: già nel giugno del 1925 Mussolini affermava la “feroce volontà totalitaria” del fascismo, e il termine verrà usato sistematicamente dal filosofo ufficiale del regime, Giovanni Gentile. Alla voce Fascismo dell’Enciclopedia Italiana (1932), redatta a due mani da Gentile e Mussolini, la vocazione totalitaria viene rivendicata come negazione del liberalismo politico: “Il liberalismo negava lo Stato nell’interesse dell’individuo particolare; il fascismo riafferma lo Stato come necessità vera dell’individuo [...]. Giacché, per il fascista, tutto è nello Stato, e nulla di umano, o spirituale esiste, e tanto meno ha valore, fuori dello Stato. In tal senso, il fascismo è totalitario”.

Si tratta di dati assai noti, che però pongono problemi tutt’altro che banali. Il fascismo italiano è un’ideologia eclettica cementata da tensioni fondamentalmente negative (antiilluminismo, antiliberalismo, antisocialismo) e composta di fascinazioni eterogenee: l’irrazionalismo di Nietzsche, il nazionalismo, l’esaltazione delle élites (Vilfredo Pareto) e della violenza (Georges Sorel, i futuristi). Qual’era dunque la necessità di porre alla sua base proprio il culto totalitario dello Stato? Ricordo peraltro che gli altri sistemi politici antiliberali del dopoguerra non inserirono tale aspetto nella propria ideologia: certo non il sistema sovietico, che pensava e presentava se stesso come “democratico” anche in piena epoca staliniana, ma neanche quello nazionalsocialista, nel cui ambito lo Stato non era un principio assoluto, ma un semplice organo della Volksgemeinschaft.

Antonio Gramsci, negli appunti redatti in carcere nella prima metà degli anni Trenta, tenterà un’analisi complessa del fascismo e del fenomeno totalitario in genere come risultato della crisi delle strutture politiche e sociali in Italia e in Europa nel primo ventennio del secolo. Socialmente e culturalmente arretrata, l’Italia unita nasce nel secondo Ottocento come organismo politico fragile, in cui le élites dello Stato liberale sono espressione di ceti sociali molto ristretti, privi di sistemi di mediazione democratici con masse popolari chiuse in una cultura arcaica ed escluse dalla partecipazione politica. L’Italia rappresenta dunque l’anello debole di un’Europa che esce violentemente destabilizzata dalla guerra e dalle nuove condizioni che la guerra ha posto: veloce sviluppo industriale, nuove tecniche autoritarie di dominio politico (una “concezione dello Stato come pura forza”), ingresso delle masse popolari nella vita collettiva, globalizzazione sovranazionale dei processi economici e finanziari.

In questo contesto, secondo Gramsci, la dittatura politica è il risultato dell’incapacità da parte della classe dominante di guadagnarsi il sostegno di ampi gruppi sociali. L’autoritarismo è una forma di “rivoluzione passiva”, il tentativo da parte delle élites di governare la modernizzazione economica senza mutare le strutture sociali, ma anzi bloccandone lo sviluppo nella gabbia dello Stato totalitario e del partito unico: “la massa è semplicemente ‘di manovra’ e viene ‘occupata’ con prediche morali, con pungoli sentimentali, con miti messianici di attesa di età favolose in cui tutte le contraddizioni e miserie presenti saranno automaticamente risolte e sanate”. Si tratta di una forma politica primordiale, incapace di intermediazioni complesse ed è dunque una fase patologica e transitoria. Lo Stato totalitario è un sistema debole, ma le cause che lo hanno prodotto sono profonde e complesse e risiedono nella fragilità della società civile, nel mancato coinvolgimento delle masse popolari nei meccanismi di modernizzazione economica e nella selezione dei gruppi dirigenti, nella mancanza di una cultura autenticamente nazionale, ossia nella profonda estraneità fra intellettuali e ceti popolari.

Per uscire dal vicolo cieco del totalitarismo, Gramsci ipotizza dunque una complessa “riforma intellettuale e morale che compia su scala nazionale ciò che il liberalismo è riuscito a compiere solo per ristretti ceti della popolazione”. Sono necessari modelli di organizzazione politica, sociale e culturale di tipo nuovo, un “moderno Principe” (secondo una terminologia assai suggestiva desunta da Machiavelli) che assorba e organizzi le varie forme di “intelligenza sociale” e riformi “dal basso verso l’alto” l’intero edificio dello Stato.

Tale obiettivo orienterà i movimenti politici e sindacali che nel dopoguerra si ispireranno alla lezione di Gramsci, ma se nella breve fase di collaborazione fra i partiti antifascisti (luglio 1945-maggio 1947) viene raggiunto l’importante obiettivo della Repubblica e di una Costituzione dai contenuti profondamente democratici, l’apparato burocratico dello Stato, il codice penale fascista e i rapporti economici tradizionali vengono riformati solo in parte. Nel clima di radicale contrapposizione ideologica degli anni Cinquanta, l’obiettivo di una “democrazia progressiva” (P. Togliatti) che coinvolga strati sempre più ampi della popolazione nella gestione attiva della vita politica ed economica creando una società civile dai valori condivisi si rivela irrealizzabile. Durante la Guerra Fredda, l’Italia occupa una posizione “di frontiera” non solo dal punto di vista strategico, ma anche politico, essendo il paese occidentale col più forte e radicato partito comunista: ciò esclude qualsiasi alternanza democratica e il partito della Democrazia Cristiana, al governo per quasi cinquant’anni col sostegno degli americani e della Chiesa, si trasforma in un apparato di politici-burocrati cui il governo delega la distribuzione della spesa pubblica nella periferia. Come ha scritto recentemente la giornalista R. Rossanda, “L’Italia è vissuta con la migliore Costituzione d’Europa, il minor numero di regole interne e la minore possibilità di controllo da parte dell’opposizione”.

Allo sviluppo economico non si accompagna dunque un progresso reale nella partecipazione democratica dei cittadini e nella creazione di un tessuto civile condiviso: la “formazione di un’identità collettiva nazional-popolare” progettata da Gramsci avviene solo in parte e a livello superficiale. Non è certo un caso che le forze politiche nate in Italia (e ora dominanti) una volta franato l’equilibrio artificiale imposto dalla Guerra Fredda, esprimano gli stessi meccanismi sociali e culturali che portarono alla degenerazione totalitaria nel primo dopoguerra. Tali forze politiche fanno riferimento a tradizioni ideologiche molto diverse fra loro: un populismo paternalista incentrato sulla figura del leader (“Forza Italia” del premier Silvio Berlusconi), l’esaltazione delle identità locali e il razzismo “etnico” mascherato da “federalismo” (la “Lega Nord”), il nazionalismo post-fascista (“Alleanza Nazionale”, partito legato geneticamente alla tradizione fascista). Eppure, esse hanno un tratto comune: un progetto di rinnovamento del paese non diverso da quella che Gramsci aveva definito “rivoluzione passiva”, un’idea del “popolo” come pulviscolo di individui o di comunità statiche e chiuse, come massa passiva e informe da plasmare dall’alto.

Ecco perché ai membri di questo ceto dirigente, come si  visto negli ultimi tempi, sembra possibile paragonare le associazioni sindacali e gli organismi giudiziari a gruppi terroristi, definire gli intellettuali critici dei “clowns”, criminalizzare ogni forma di opposizione: a causa dell’ostilità quasi paranoica verso quel poco di società civile moderna esistente in Italia, verso i corpi che la compongono e verso le sue forme complesse di aggregazione, integrazione, mediazione. Se l’Italia, a distanza di ottant’anni, è tornata ad essere la latrina politica d’Europa e il laboratorio per i più moderni ed esportabili modelli di autoritarismo totalitario, la causa è - ora come allora - la miseria della nostra cultura civile.

 

 
< precedente
 

 

Solidarietà e Stima a:

 

Motori di Ricerca

ControCorrente è a cura di Giorgio Bozzetti e Ivan Perozzi. Tutti gli articoli presenti sono esenti da copyright e possono essere copiati, trascritti, rivisitati, commentati e linkati liberamente, previo avviso all'autore dell'articolo.