Dai saggi
- La
V Repubblica: un modello senza verità costituzionale di
Umberto Coldagelli
- La
V Repubblica tra ultrapresidenzialismo e cohabitation di Mauro
Volpi
Mauro Volpi ed Umberto
Coldagelli si sono espressi in maniera molto esaustiva su quello
che hanno considerato come il vero e proprio “caso” istituzionale
francese, e lo hanno fatto, direi, in maniera piuttosto complementare,
mostrando un punto di vista per molti versi coincidente. Quello
che viene fatto passare per modello semipresidenziale, altro non è che
un sistema ibrido, un’eccezione più unica che rara
nel contesto europeo, in cui tanto l’Assemblea che il presidente
della Repubblica vengono eletti a suffragio universale, direttamente
dal popolo, creando una doppia legittimazione a governare. Il che,
ammoniscono in coro i due studiosi, dà origine a tutta una
serie di pericolosi squilibri. Non solo: è fondamentale
notare che la costituzione francese (la quattordicesima, quella
promulgata da Charles De Gaulle nel 1958) è ben lontana
dal sancire una repubblica di tipo presidenziale, o semipresidenziale
che dir si voglia; tutt’altro: è vero che essa si
preoccupa prima di regolare i poteri e la figura del presidente
della Repubblica, con l’articolo 5, per solo successivamente
passare all’Assemblea; in realtà però la vigente
Costituzione francese disegna in tutto e per tutto, sulla carta,
una democrazia di tipo parlamentare, nella quale al presidente
spettino poteri di arbitro, di giudice supremo della Costituzione
e della vita politica dello Stato, e non quelli di indirizzo dell’esecutivo,
affidato al governo come prescritto nell’articolo 20. E così è stato,
nonostante la forte figura di De Gaulle, primo presidente della
quinta repubblica, nel corso dei primi quattro anni. È stata
l’introduzione dell’elezione diretta del capo dello
Stato, avvenuta nel 1962 (tramite referendum e non le consuete
procedure di revisione costituzionale), la chiave di volta che
ha conferito di fatto al presidente poteri straordinari, non previsti
dalla Costituzione, e che ha profondamente cambiato il sistema
istituzionale transalpino. Un sistema “semipresidenziale” che,
in quanto tale, è automaticamente anche “semiparlamentare”,
come ironizza Coldagelli, in cui il presidente della repubblica
di turno gode, ammesso che la formazione politica da cui proviene
detenga la maggioranza dei seggi parlamentari, di gran parte del
potere esecutivo. Se c’è un punto su cui Coldagelli
e Volpi non convergono, questo è proprio il ruolo del
presidente in periodo di cohabitation: quasi per nulla
intaccato per il secondo (che si rifà ai poteri di politica estera e di
difesa, comunque nelle mani del Capo dello Stato), limitato per
il primo dall’azione del primo ministro del governo di
maggioranza.
È curioso, riflettono gli autori, che proprio
un modello così eccezionale, così aleatorio, “senza
verità costituzionale” e così problematico
come quello francese sia stato assunto come prototipo principe
all’interno dei lavori della Commissione Bicamerale che
ha provato a modellare in Italia una riforma in senso presidenziale,
al tempo miseramente fallita. A maggior ragione lo è adesso
che è tornato a montare il dibattito sul semipresidenzialismo,
spinto dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi che richiede
per il capo di Governo poteri più ampi. Non è il
solo, il premier, ad evidenziare una tale urgenza, sorprende
però il riferimento alla Francia, dove si sta dibattendo
contemporaneamente della necessità di ridurre l’ampiezza
di tali margini di manovra.
Nei
fatti, il bimestre dicembre- gennaio ha segnato una ripresa enorme
nell’agenda politica e nell’agenda
mediatica del tema delle riforme istituzionali. In quella dell’opinione
pubblica, non si sa. L’impressione è che, come hanno
fatto notare tanto Maltese quanto Fassino in un’intervista
del 7 gennaio, il tema delle riforme istituzionali sia tra quelli
che interessano e preoccupano meno la gente comune, allertata
piuttosto dal declino di competitività economica dell’Italia,
dall’inflazione crescente, dai tagli previsti in Finanziaria
e via dicendo. Insomma, circola un diffuso modo di pensare che
l’enfasi sulle riforme costituisca più che altro
un diversivo messo in atto dal governo al limitare di un passaggio
critico della legislatura, il passaggio dell’anno che porta
inevitabilmente a fare punti della situazione, sondaggi, polemiche
sui sondaggi, e che espone le forze di governo a giudizi e critiche
difficilmente respingibili. Curzio Maltese ha ricordato come
nello stesso periodo di un anno fa il nostro premier combattesse
con la stessa vigoria la battaglia sull’articolo 18, che
adesso ritiene invece un punto assolutamente marginale del programma
di governo, e si chiede se il dibattito sulle riforme non sia
destinato a seguire lo stesso iter. I fatti, comunque, vedono
maggioranza ed opposizione tentare di avviarsi faticosamente,
tra proposte di dialogo e accuse d’oltranzismo, verso un
accordo sul cosiddetto premierato, che pur non prevedendo l’elezione
diretta del premier gli riserva poteri più ampi di quelli
attuali, come la revoca dei ministri e la facoltà di richiedere
al Capo dello Stato lo scioglimento anticipato delle Camere.
Ma la scelta più agognata nella maggioranza, per Berlusconi
e Bossi più che per Fini, che si è aperto ultimamente
all’ipotesi del premierato, rimane quella che ricalca proprio
il modello semipresidenziale francese. Ed entrambi hanno già annunciato
che senza un accordo con la sinistra, andranno avanti da soli,
a colpi di maggioranza, verso questa soluzione. Il ministro per
le riforme perché “di solito in un sistema federale
c’è il presidenzialismo” (La Repubblica, 6
gennaio), il primo ministro perché “agli italiani
deve essere riconosciuto il pieno diritto di decidere da chi
vogliono essere governati, al fine di dare origine ad esecutivi
più forti e più capaci di tradurre le aspettative
dei cittadini in effettive decisioni pubbliche, più stabili
e più responsabili verso gli elettori” (La Stampa,
11gennaio). Ora, quest’ultima dichiarazione scopre il fianco
ad un paragone impegnativo ed irriverente, perché sfida
contesti storici differenti, per via della somiglianza con un’affermazione
di De Gaulle, riportata da Volpi: “L’autorità indivisibile
dello Stato è affidata tutta intera al presidente del
popolo che l’ha eletto, e non ne esiste alcun’altra,
né ministeriale, né civile, né militare,
né giudiziaria, che non sia conferita e mantenuta da lui”. Più esplicita,
perentoria ed autoritaria quella del fu presidente francese;
più prudente l’affermazione del premier, che saggiamente
mette la questione sul terreno del diritto degli italiani ad
essere governati, piuttosto che su quello del potere del presidente
sull’esecutivo, probabilmente per non spaventare le istituzioni,
l’opposizione e quella parte dell’opinione pubblica
che non vede di buon occhio l’accumulo di poteri nelle
mani di una persona sola e che valuta correttamente i rischi
insiti in un plebiscitarismo; ma prescindendo adesso dai differenti
toni, vi si può ravvisare la stessa ambizione ad una legittimazione
popolare diretta, al possesso del potere esecutivo in modo forte
e univoco. In effetti, come dice Coldagelli in due diversi passaggi
del suo lavoro, la destra italiana è intrisa della suggestione
del decisionismo gaulliano, e non contenta della garanzia di
maggioranza forte garantita dal passaggio al sistema maggioritario,
punta adesso all’elezione diretta del presidente, che è il
punto su cui si gioca la partita con la sinistra, concorde per
il resto a una riforma che dia maggiori poteri al premier.