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Dossier

Economia e politica nell'internazionalizzazione del mercato

Dal saggio Politica e produzione di Susan Strange

Susan Strange le chiama Tnc, acronimo Usa di imprese transnazionali, entità commerciali che sulla falsariga del processo politico mondiale degli ultimi decenni, improntato al liberismo sfrenato, all’abbattimento di dogane e frontiere, all’Europa Unita che bandisce (quasi) categoricamente le forme di welfare, hanno avviato sul versante economico lo stesso identico cammino, inserito all’interno del passaggio storico, individuato da molti studiosi di geopolitica, dal sistema dello Stato- nazione al modello multicentrico, in cui attori sovranazionali si sovrappongono alle singole autorità di potere territoriali. Forse un esempio ben rappresentativo di questo fenomeno anche economico è quello, sulla bocca di tutti in Italia, della crisi della Fiat, storica azienda nazionale cui l’Italia ha legato per decenni le proprie vicende economiche e politiche (la Dc e l’emigrazione dal Sud a Torino) e la cui proprieta è da sempre riconducibile ad una sola famiglia, oggi in procinto di essere, mangiata, inglobata, consociata alla General Motors, una di quelle corporations che costituiscono il sistema fondante dell’economia statunitense.
Due sono i cardini base della riflessione della Strange: in primo luogo proprio l’internazionalizzazione dei mercati. Il secondo, che non ne rappresenta altro che il corollario, è il fenomeno della progressiva acquisizione di poteri prettamente politici da parte di queste aziende. In sostanza, l’emancipazione, lo svincolamento delle aziende più importanti dall’ambito nazionale d’appartenenza ha causato l’espansione dei commerci, l’ingigantimento di tali imprese, la loro sottrazione alle leggi e soprattutto al sistema di tassazione. Ha portato infine alla creazione di trusts e cartelli sovranazionali privi di limitazioni di sorta. In tal modo, sempre più spesso e sempre con maggiore forza esse si sono trovate in una posizione inedita, di parità se non di supremazia nelle dialettiche con i singoli Stati. Se non altro perché sempre di più le Tnc hanno preso il posto delle amministrazioni statali nella creazione e nel traffico di ricchezza, beni, posti di lavoro. 
Questo discorso val bene da un punto di vista principalmente occidentale, ed è qui semmai che sta la stortura.
Imprese transnazionali, corporations, multinazionali. Sono questi, con la forza propulsiva del loro stimolo economico, tra gli attori principali di quel fenomeno dirompente e inarrestabile di cui tanto si parla e che crea così forti dispute e scontri tra pro e contro, apocalittici e integrati: la globalizzazione.
Mai come negli ultimi trenta- quaranta anni “politica uguale economia” è stata
Una precisa equazione matematica e non semplicemente un’opinione. Il mercato
Internazionale influisce su qualsiasi argomento politico, in qualsiasi angolo del mondo,
causando sempre riverberi importanti, nel bene come nel male.
Naturalmente sulle conseguenze delle interrelazioni tra poteri politici statali e poteri politici delle imprese economiche pesano molto i diversi rapporti di forza che tra questi due tipi di attori intercorrono caso per caso. Laddove i governi centrali, statali, non godono di stabilità, di poteri forti, di un reale controllo amministrativo e legislativo o non sono pienamente riconosciuti sul territorio, come nel caso, anche nel recente passato, di molti Stati africani (o sudamericani) in cui gruppi secessionisti o “di liberazione”combattevano il potere centrale, ebbene qui le multinazionali (chiamiamole, per semplicità, in questo modo) possiedono poteri enormi e spesso, purtroppo, molto deleteri per le possibilità di sviluppo del paese in questione. La Repubblica Democratica del Congo, dopo l’indipendenza dalla dominazione belga, fu sconvolta a partire dagli anni sessanta da una tremenda guerra civile patrocinata dalla Uniòn Miniere, una Tnc che mirava alla secessione e al controllo diretto della zona più a sud del paese, il Katanga, ricchissimo di risorse minerarie. Il risultato della guerra, oltre ai milioni di morti procurati, è che oggi l’ex Zaire, con il suo enorme patrimonio di materie prime, è il Paese più povero del mondo, prodotto interno lordo alla mano, con meno di un dollaro al giorno. Analoga situazione si è verificata in quella Nigeria oggi profondamente divisa tra sud cattolico e nord in cui vige la legge della sharia: qui non una sola, ma un cartello di imprese sfruttarono a loro uso e consumo, in maniera neanche molto indiretta la rivolta secessionista del Biafra, regione in cui il petrolio era solito sgorgare dai rubinetti in modo quasi naturale. Per non parlare dell’inglese Tiny Rowland che tramite la sua multinazionale, la Lonrho, è andato sviluppando negli ultimi decenni interessi e attività talmente vaste in Africa australe da vantare attualmente dei crediti economici e dei poteri politici enormi su numerosi capi di Stato, in Mozambico, Zimbabwe, Malawi e molti altri. In Mozambico, in particolare, gli interessi di Rowland, in controtendenza con gli altri esempi portati, sono da sempre stati legati a quelli del governo centrale rispetto ai guerriglieri che non volevano riconoscerlo, al punto che quando la comunità di Sant’Egidio (esempio di globalizzazione dell’umanitarismo) avviò le trattative di pace, il presidente Chissano insistette per volere la Lonrho come mediatore ufficiale.
Questi esempi critici mostrano quale sia nella pratica il rovescio negativo della globalizzazione, quello su cui si scontrano nelle piazze del Nord del mondo no global, governi e new global e polizie. È ciò che anche Susan Strange sottolinea: la difficoltà da parte dei paesi del terzo e quarto mondo a prendere parte a questo processo mondiale di prelievo e redistribuzione delle ricchezze, se non passivamente ed in un’unica direzione, vale a dire quella del prelievo dal Sud del mondo e della ridistribuzione nel Nord del mondo, in una sorta di post- colonialismo. D’altronde sono fonti statistiche ufficiali quelle che fotografano il fatto che due- superaziende- due del calibro di Del Monte e Chiquita sostengono da sole, privatamente e utilizzando manodopera locale sottopagata, il novanta per certo del mercato mondiale (coltivazione- trattamento- distribuzione- vendita) di banane, che notoriamente si producono quasi esclusivamente in paesi sottosviluppati, cui viene sottratta una fonte di ricchezza potenzialmente immensa. Da qui, riallacciandoci alla Strange, si capisce quanto diventi sempre più difficile per tali paesi, col passare degli anni, saldare il famoso debito contratto con gli industrialized countries. Quelli, cioè, da cui provengono Del Monte, Chiquita e le altre.
D’altra parte, dove il sistema del’internazionalizzazione dei mercati e delle imprese ha incontrato governi forti e stabili, è avvenuto anche che questi si adoperassero in una condotta di politica economica tale da favorire investimenti e profitti molto alti, che hanno alzato di gran lunga il tenore medio di vita di questi Stati ex sottosviluppati. È il caso eclatante delle cosiddette “tigri dell’Asia”, Corea del Sud, Hong Kong, Singapore e Taiwan, cui tentano ora di unirvisi Malaysia, Filippine, Indonesia e Brunei. Si tratta di governi dai tratti per lo più autoritari che hanno utilizzato al meglio gli stretti rapporti intrattenuti con l’Occidente, valorizzando la propria propensione all’export e la flessibiltà e il basso costo di una manodopera senz’altro più qualificata di quella africana: in questo contesto le multinazionali straniere hanno trovato ampie garanzie per investimenti proficui, e qui davvero la creazione di ricchezza è avvenuta a doppio senso, sebbene rimanga la questione dei sistemi scarsamente democratici e quella dell’esistenza di un certo gap socioeconomico che divide le classi agiate da quelle meno abbienti.
Europa, Giappone, America del Nord. Sono questi i motori, i centri propulsivi di questo fenomeno, i luoghi da cui prendono avvio le maggiori spinte globalizzanti. Anche qui le ripercossioni sono notevoli su un terreno squisitamente politico, nonché culturale. Scriveva Statera, ben prima dell’alba di quel fatidico undici settembre che egli non ebbe la sventura di vedere, che “la spinta alla globalizzazione culturale, che è poi una sorta di occidentalizzazione planetaria, provoca crescenti reazioni di rifiuto in nome dell’Islam […] in cui l’estrema difesa da una globalizzazione contradditoriamente escludente larghi settori di popolazione, si tramuta in riscoperta di tradizioni premoderne, talvolta esasperate, non di rado orientate alla violenza contro l’altro generalizzato”. Chiaro che nelle crociate talebane al diavolo statunitense e nella lotta per estirpare il Male mediorientale condotta da Bush c’è qualcosina di religioso e di culturale e molto, moltissimo di geopolitico ed economico. Basti pensare ai numerosi interessi detenuti da Bin Laden negli Usa (società, azioni, conti bancari), e il tipo di rapporti collaborativi con essi intrattenuti in passato: d’altronde è risultato che se crolla una Torre, questa si porterà senz’altro appresso tutta Wall Street, e che da un simile sconvolgimento un antiamericano ed esperto di alta finanza come il barbuto terrorista ha praticamente tutto da guadagnare.
Ora, si è discusso approfonditamente, circa la struttura del sistema americano, dell’importanza delle corporations nel sottosuolo delle concertazioni politiche. Vere e proprie lobbies di pressione, sorta di idre a sette teste difficilissime da controllare per il governo Usa. La tesi è quella che tali corporations giochino un ruolo attivo e molto pragmatico di indirizzo sulle mosse politiche del presidente di turno e di tutto il suo entourage, e che questi anzi glielo lascino fare piuttosto scientemente, consci del peso che essi detengono in un campo trainante come quello economico. Non è un’eresia allora pensare, col conforto anche delle riflessioni di Ariel Cohen nel terzo numero di Limes del 2002, che dietro alla massiccia risposta di Bush & c. in Afghanistan e nell’aggressività mostrata verso Saddam vi siano in ballo anche i forti interessi di queste imprese di “multiproprietà”, in questo caso quelle impegnate nel business petrolifero. La compagnia californiana Unocal, spiega Cohen, insieme a quella dell’Arabia Saudita (partner, sebbene rivelatosi ambiguo perché ben coinvolto negli attentati, degli Usa in Medio Oriente) Delta progettavano da tempo la costruzione di un oleodotto e di un gasdotto che avrebbe raggiunto addirittura l’India, ma che sarebbe rimasto irrealizzabile dovendo necessariamente attraversare quella che era la terra dei talebani. Simili motivazioni dettate dal Dio Petroldollaro incidono anche sul caso Iraq (d’altronde anche la Corea del Nord ha armi di distruzione di massa ed è considerato un “paese canaglia” eppure non gode delle medesime attenzioni internazionali), non solo negli Stati Uniti, dove evidentemente voti e candidature si ottengono soprattutto appoggiando e favorendo le grandi corporations, ma anche in Europa dove per interessi analoghi certi governi piuttosto che altri si sono schierati coi falchi americani. È normale d’altra parte, in un mondo Occidentale che dipende dal petrolio più di quanto un’automobile dipenda dalla benzina, che faccia gola a imprese e governi l’idea di mettere le mani in maniera più agevole ed economica su quantità di greggio enormi.

E questi sono solo alcuni degli esempi a suffragio della tesi iniziale di Susan Strange secondo cui non solo le imprese si sono internazionalizzate (nella proprietà, non essendo più spesso identificabili con un singolo Paese di provenienza, di qui il problema della tassazione messo in luce dalla studiosa), ma soprattutto i mercati stessi, che hanno globalizzato e mondializzato le dinamiche di scambio. Dando alle multinazionali forti poteri politici e di voce in capitolo, non solo in politica o in economia, ma anche, ad esempio, nell’ecologia e nelle linee di sviluppo. Questo è l’ultimo caso che ci ha molto colpito: a Johannesburg lo scorso autunno, al vertice mondiale per lo sviluppo sostenibile, mentre gli enti sovranazionali organizzavano i lavori, le principali Ong mondiali facevano discorsi seri e pieni di progetti politici e alcuni capi di Stato snobbavano l’evento, la Toyota esponeva in pompa magna, manco fosse il Motor Show, le sue nuove auto “dotate di dispositivo anti- inquinante”, le maggiori agenzie turistiche illustravano “pacchetti vacanza sostenibili” per la valorizzazione dell’Africa e la De Beers, multinazionale del diamante, sempre per i fratelli neri modificava il proprio slogan (Un diamante è per sempre) in “l’acqua è per sempre”. Strange, very strange, direbbero gli americani.

 

Simone Santi
11/02/2003


 

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