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Donald ci aspetta l'anno prossimo
Un colloquio nel braccio della morte
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Per Donald sono stati giorni di colloquio quelli di sabato e domenica scorsi. Un evento raro nelle sue giornate all'interno del braccio della morte del carcere di Raiford. Il suo ultimo colloquio risaliva ad un anno fa.
Donald è diventato amico di Marco, un medico italiano della Comunità di Sant'Egidio, che ha iniziato a scrivergli : un pen pal che in sei anni di corrispondenza ha dimostrato una tale fedeltà e fantasia nel mantenere un rapporto così complicato, da essere ormai la famiglia di questo detenuto.
Il sole del nord della Florida comincia a splendere quando con Marco e Sandra arrivo a Raiford, un paesino circondato da campi e foreste che consiste essenzialmente in una cittadella di complessi carcerari.
I colloqui iniziano alle nove, ma alle sette e mezza molti parenti sono già in attesa all'ingresso. Si riconoscono le mogli, che si sono fatte particolarmente belle per l'incontro, i genitori anziani e cauti nel seguire le procedure per l'ingresso, quelli che come noi non sanno bene che cosa fare per entrare, i bambini assonnati.
C'è una signora bionda, sui quarant'anni, che ha l'aria di aver affrontato tante volte la trafila che precede il colloquio: dà indicazioni a chi ne ha bisogno, indica moduli da compilare, dice ai più anziani di aspettare seduti, che di tempo da aspettare ce n'è. La solidarietà che ho già sperimentato in Italia, fra chi aspetta di incontare una persona a cui vuol bene e che conosce la medesima tribolazione degli altri in coda con lei per la perquisizione.
Ingresso, foto, impronte digitali, perquisizione, cartellino di riconoscimento. Guardie più cortesi, meno cortesi, solerti, che sgranocchiano incessantemente. Siamo all'interno delle mura.
Per raggiungere il parlatorio il percorso è all'aperto, ma in un corridoio di maglia di metallo e filo spinato che attraversa i cortili. Poco distante da noi vediamo l'ala dove vivono i condannati a morte “pericolosi” o con problemi psichici; ogni cella ha una porta che dà direttamente sul luogo dove trascorrono l'ora d'aria: una fila di gabbie singole di un paio di metri di lato, come piccoli pollai. Passando ci capita di sentire arrivare da lì le urla fortissime di un detenuto che batte contro la porta. Penso alle famiglie dei detenuti che passeranno lì davanti come noi e lo sentiranno.
Avrei quasi preferito che il tempo non fosse così bello, che il prato fra un camminamento e l'altro non fosse stato reso di un verde brillante dalla pioggia della settimana precedente, che la natura non sottolineasse clamorosamente, per contrasto, l'innaturalità di un luogo fatto per rinchiudere uomini per anni ed anni, in attesa di essere uccisi.
Donald è un tipo tranquillo, non ha creato problemi durante la carcerazione e quindi il colloquio sarà in una stanza con una trentina di tavolini attorno a cui sedersi.
Nella stanza adiacente intravediamo il parlatorio in cui i colloqui sono fatti con il citofono e con un vetro che divide il detenuto dal visitatore.
Arriva Donald. Lo riconosco dalle foto che mi ha mostrato Marco, ma lui non ci vede finchè non richiamiamo la sua attenzione sbracciandoci. Ha l'aria spaesata, di chi non è abituato a questa situazione ed ha qualche problema di vista.
E' un uomo alto e magro che abbraccia a lungo Marco e poi saluta me e Sandra che vede per la prima volta. E' particolarmente contento di conoscere Sandra, la moglie di Marco: un altro pezzo della sua famiglia.
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