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Dalla P2 a Forza Italia - Pagina 3

3. DALLO SCANDALO P2 A FORZA ITALIA
Già sul finire degli anni settanta inizia l’ascesa nel settore delle televisioni private, di cui Silvio Berlusconi riuscì ad imporre il proprio monopolio anche grazie al sostegno occulto della P2. Il Piano di Rinascita della loggia segreta prevedeva l’istituzione di un coordinamento delle Tv private locale “da impiantare a catena in modo da controllare la pubblica opinione media nel vivo del paese” ed è proprio la situazione che si andò costituendo col gruppo Fininvest. A scapito, naturalmente, della televisione pubblica, la Rai, penalizzata per tutti gli anni 80, fino alla legge Mammì, dai vari esecutivi che si sono succeduti. Si era cominciato nel 1976, quando per la prima volta la Corte Costituzionale si era pronunciata per l’autorizzazione delle trasmissioni private in ambito locale. Berlusconi, che trasmetteva con Telemilano a Milano 2, si attrezzò per espandersi in tutta la Lombardia, dando subito alla sua emittente un taglio da destra Dc. Nel 1980 la Fininvest originò una serie di società televisivo, tra cui Rete Italia e soprattutto Publitalia 80, tramite la quale Berlusconi poteva provvedere in proprio alla raccolta di pubblicità (e questa fu una mossa decisiva per la crescita del suo impero televisivo, perché mise le altre tv private in condizioni di dipendenza dal Cavaliere); sempre sul finire del 1980 Telemilano divenne Canale5, e da qui in poi cominciò l’escalation: contravvenendo alla legislazione vigente in materia tv, e di fatto alla sentenza della Corte Costituzionale, Canale5 iniziò proprio a “coordinare”, come diceva il Piano, le varie emittenti private regionali più deboli, arrivando a fornirle di cassette preregistrate, con inseriti già anche gli inserti pubblicitari, in modo da trasmettere in contemporanea su tutto il territorio nazionale i propri programmi e i proprio spot. Un palese aggiramento delle leggi, avallato però tanto dal primo governo Cossiga (un amico personale di Gelli) del 1979, con due ministri (Stamati, Commercio Estero, e Sarti, alla Difesa) e tre sottosegretari piduisti, quanto dal Cossiga bis (tre ministri e cinque sottosegretari infiltrati) e dal governo Forlani (tre ministri, cinque sottosegretari, il capo di gabinetto della presidenza del Consiglio, Semprini)  formati in rapida successione nel 1980. E sempre in quell’anno Berlusconi andò all’attacco del monopolio Rai “in nome della libertà d’antenna” proprio secondo i dettami del Piano, grazie anche all’appoggio dei suoi giornali. Lo scontro si gioca sull’acquisto dei diritti di trasmissione del Mundialito di calcio, cui la Rai rinuncia considerandoli troppo onerosi. Canale5 allora insorgerà rivendicando il suo diritto a trasmettere le gare del torneo, che si disputa in un paese, l’Uruguay, martoriato da una feroce dittatura militare con la quale Gelli in persona intratteneva affari finanziari (tra cui, pare, anche l’organizzazione del torneo): la questione si risolse con un grosso successo di immagine per la tv privata.

Il 20 maggio del 1981 scoppia fragoroso il caso P2, con il ritrovamento del Piano di Rinascita con allegato memorandum e dell’elenco degli affiliati. In cui c’è anche Silvio Berlusconi, che minimizzerà la cosa dicendo di aver solamente fatto un favore all’amico giornalista Gervaso che voleva scrivere sul Corriere della Sera piduista e che per questo cercava personalità prestigiose da presentare a Gelli. Fatto sta che la Loggia viene scoperchiata e messa fuorilegge, Gelli va in “esilio” ma Silvio Berlusconi è ormai tanto grande da poter andare avanti anche da solo, grazie alle ricchezze economiche accumulate, ad una fitta rete di solidarietà intessuta con gli altri ex pidusti e soprattutto per gli ormai fitti rapporti privilegiati col potere politico, l’ala destra democristiana ma in particolare l’emergente segretario socialista ed anticomunista Bettino Craxi. Sostegni di siffatta portata gli consentirono di conservare e consolidare il monopolio della televisione privata, in barba a qualsiasi sentenza della Corte Costituzionale. Nonostante questa avesse ribadito nel 1981 il divieto di interconnessione, erano sorti l’anno successivo Italia 1 di Rusconi e Rete 4 di Mondadori che imitavano i traffici di Canale 5, mettendone a rischio il monopolio: intervenne dapprima il Psi, chiedendo adeguate norma antitrust per penalizzare chi possedeva sia tv che altri mezzi d’informazione (Rusconi e Mondadori possedevano anche quotidiani e riviste, la Finivest, almeno direttamente, no) poi Berlusconi in persona, acquistando Italia 1, il più pericoloso dei due network, a suon di miliardi. In cambio degli appoggi politici, Berlusconi offrì a Craxi, in vista delle politiche dell’83, una risonanza enorme (altro che par condicio!) sui suoi due network, tanto da far dire alla parlamentare radicale Aglietta in una seduta di aprile di quell’anno: “I partiti consentono che il torbido mondo della P2, come in questa Camera con l’on. Labriola (capogruppo Psi affiliato alla P2), così con Berlusconi per Canale5 e Italia1, sia oggi più che ieri ideologicamente e politicamente attivo con gli stessi mezzi: contrattazione selvaggia con la partitocrazia”. Anche il 1984 è un anno molto caldo sul fronte televisivo privato. Berlusconi diventa definitivamente monopolista del settore acquistando anche Rete 4, ma in ottobre i pretori di Piemonte, Lazio e Abruzzo vietano l’interconnessione delle reti, quindi la trasmissione simultanea dello stesso programma su scala nazionale. Il che non comportava certo l’oscuramento delle reti, come fu invece fatto credere dalla Fininvest per scatenare una campagna basata sulla libertà di informazione che colpì molto l’opionione pubblica. In quattro giorni, il presidente del Consiglio Bettino Craxi, insieme al Ministro delle Poste Gava, vara un decreto legge (provvedimento da usare solamente per “casi straordinari di necessità e d’urgenza” secondo la Costituzione) che consente la prosecuzione delle attività delle singole emittenti televisive private fino alla approvazione della nuova disciplina. E a Craxi doveve stare molto a cuore la questione, se è vero che il decreto fu tacciato di incostituzionalità e respinto dalla Camera, e in tre giorni un decreto analogo fu approntato di nuovo, al termine di una riunione d’urgenza con, tra gli altri, gli ex piduisti socialdemocratici Renato Massari e Giampiero Orsello, viepresidente Rai. Tutto questo fermento fece sollevare nuovamente molti parlamentari dell’opposizione, e da Giuseppe Fiori ad Achille Occhetto in molto furono a richiamare la P2 e l’affarismo della massoneria. L’altro versante in cui il governo filo-berlusconiano operò fu l’indebolimento della televisione pubblica. Nel 1985 Craxi rifiutò sdegnosamente la richiesta dei vertici Rai di aumentare del 20% il tetto massimo di introiti pubblicitari, motivata tra l’altro dalla concorrenza privata. L’anno seguente finalmente la presidenza del Consiglio provvide a rinnovare il Cda della Rai, scaduto da ben 4 anni e lasciato in regime di proroga (dunque, di grande precarietà): sotto la spinta di Berlusconi e Previti (da anni in rapporti di affari-amicizia) Craxi insediò alla presidenza l’ex P2 Enrico Manca. Da qui alla fine della vicenda, con la legge Mammì, il passo è breve: una nuova sentenza della Corte (1988) dichiara incostituzionale la situazione vigente, ma la consente in via provvisoria in attesa di una legge regolamentatoria, promulgata in fretta e furia nel 1990 sotto la pressione di una censura definitiva. Ma la legge Mammì (ministro delle Poste del Pri), costata alla triade Craxi-Andreotti (presidente del Consiglio dal luglio 1989) - Forlani le dimissioni di ben cinque ministri e tredici sottosegretari, in polemica con il testo, non regolava un bel niente: si limitava a legittimare il duopolio vigente (era previsto genericamente il trasferimento di Rete 4 sul satellite, ma non se ne è mai fatto nulla) e fissava regole e limiti ben diversi per tv pubblica e tv privata in materia di pubblicità; il tutto mentre Berlusconi entrava nel mercato, ufficialmente solo con una quota minoritaria, con altri tre canali: Tele+1, Tele+2, Tele+3. Quando esploderà lo scandalo di Tangentopoli, la magistratura porterà alla luce un fitto giro di connivenze affaristiche tra Oscar Mammì, Davide Giacalone (consigliere di Mammì che aveva avuto personalmente l’incarico di scrivere la legge) e la Finivest: in pratica, Giacalone era amministratore di una società di servizi fortemente legata in affari con la Fininvest, e le cui quote erano in maggioranza di proprietà della famiglia Mammì; e terminato il suo mandato al Ministero delle Poste, Giacalone entrò direttamente nella grande famiglia Fininvest.

Nel frattempo Licio Gelli nel febbraio 1988 era tornato in Italia a piede libero in seguito all’estradizione dalla Svizzera, e in qualche modo aveva ripreso a tessere il suo progetto, che aveva trovato a un punto decisamente migliore rispetto a dove lo aveva lasciato sette anni prima: monopolio tv, il patto del Caf che sanciva il potere di destra Dc e Psi craxiano, Cossiga (presidente della Repubblica) e lo stesso Craxi che spingevano per la Repubblica presidenziale, uno degli obiettivi principali del Piano di Rinascita. All’appello mancava forse il monopolio della carta stampata, poiché il maggiore gruppo editoriale italiano era detenuto dalla Mondadori-De Benedetti, che nell’89 aveva acquisito anche il gruppo L’Espresso. E il quotidiano La Repubblica di Scalfari era il più avverso nemico del Caf. Improvvisa nel 1989 scoppiò la polemica, e Craxi usò parole che ricordano molto nello stile quelle dell’ultimo Berlusconi: “C’è in Italia un gruppo editoriale che conduce contro la mia persona e contro il nostro partito una campagna di odio e denigrazione che […] non ha precedenti in tutta la storia della democrazia repubblicana”. Seguirono accuse di filo-comunismo, proprio come ora (ma nel 1989 era forse un discorso più plausibile, col muro ancora in piedi sebbene vacillante…). Subito partì all’attacco Berlusconi: la famiglia Formenton, in possesso di numerose quote di minoranza della Mondadori, si alleò improvvisamente con Fininvest, ribaltando i vertici societari e mettendo in condizioni il Cavaliere di entrare in possesso anche del Gruppo L’Espresso. Il fantasma P2 si ripresentò puntuale; Tina Anselmi, ex presidente della Commissione Parlamentare d’inchiesta sulla P2, dichiarò: “Gli uomini di Gelli hanno rimesso in piedi la struttura, il loro potere, hanno ristabilito una loro presenza in aree così significative che ora il problema riemerge”; e Scalfari, dal proprio giornale, fu un ispirato profeta: “Se l’operazione andrà in porto, vedremo a capo del più grande gruppo multimediale un membro della loggia P2 […]. Oggi un membro di quell’associazione segreta, sciolta per legge perché ritenuta sovversiva contro lo Stato, sta per assidersi al vertice della Mondadori, dopo aver monopolizzato tutte le reti televisive private esistenti […]. Se sta nascendo un regime col volto di Silvio Berlusconi, questo regime e quel volto avranno nei prossimi mesi la nostra attenzione”. Ma il progetto berlusconiano finì in tribunale: nel 1991 a Berlusconi fu riconosciuta la proprietà della vecchia Mondadori, mentre L’Espresso rimase nelle mani di De Benedetti, vecchio proprietario prima dell’avvento di Mondadori.

Ma il sistema a cui Berlusconi si era appoggiato per un decennio e più è ormai sul punto di crollare: agli inizi del 1992 l’arresto del socialista Mario Chiesa apre la stagione di “Mani Pulite” che in breve porterà al collasso del sistema approntato dal Caf e della Prima Repubblica. Craxi lascia la presidenza del Psi nel febbraio 1993 travolto da numerosi avvisi di garanzia, e anche molti uomini Fininvest (Brancher, Confalonieri, Paolo Berlusconi) vengono indagati per laute tangenti versate a esponenti socialisti e democristiani, ed emerge un ricco sottobosco di finanziamenti occulti, sebbene non considerati illeciti, tramite il sistema televisivo; lo scandalo più grande riguarda però il Piano delle frequenze della Mammì, per il quale vengono accusati di corruzione Giacalone, Galliani e Letta (ma la magistratura accertò anche, ad esempio, che il Codice stradale del 1993 fu approvato per permettere l’introduzione di apparecchiature di controllo prodotte da aziende dell’ambito Fininvest; e che il Parlamento era assolutamente restìo a proporre interrogazioni parlamentari sul gruppo berlusconiano). Contemporaneamente nella Fininvest iniziano ad aprirsi gravissime falle economiche (debiti per quattro-cinquemila miliardi) dovute principalmente alla saturazione del mercato degli investimenti e dalla fine del boom economico del 1986; l’azienda finirà addirittura per essere commissionata, con l’arrivo del manager Franco Tatò cui sarebbe spettato il gravoso compito di far quadrare i conti. Fu così che, crollato il sistema spartizionistico costruito insieme alla triade Craxi-Andreotti-Forlani, venuto a mancare l’ombrello protettivo della Dc e del Partito Socialista, scoperchiata l’immensa rete di tangenti e corruzioni, sul finire dell’estate del 1993 Silvio Berlusconi decide di scendere in campo personalmente per garantirsi da solo ciò che nessun altro poteva ormai garantirgli, per salvare la sua azienda dal crac, per salvaguardare i propri interessi, per prendere il posto nel cuore dell’elettorato dei due storici partiti senza farlo scivolare verso i comunisti. Pime reazioni: la benedizione del “maestro” Licio Gelli, ancora coinvolto in numerose inchieste su collusioni P2-mafia in cui escono fuori anche i nomi di Berlusconi e Craxi (“Molti concordano che diversi contenuti del Piano di Rinascita siano stati attuati. Posso citare il rafforzamento delle tv private. Occorrono nuovi politici, che abbiano dimostrato creatività, serietà, professionalità, onestà, per formare quadri della Repubblica presidenziale, per guidare il Paese all’insegna di meritocrazia e gerarchia. Uno potrebbe essere Berlusconi. Il suo è un ottimo programma, un tessuto sul quale si può costruire un buon partito. Mi dicono che si è già messo in movimento per aggregare altre forze intorno a sé…”); il monito di Luciano Violante, oggi capogruppo Ds alla Camera, ieri presidente della Commissione parlamentare antimafia: “La P2 è stata sciolta da una legge, ma può essere sopravvissuto il suo sistema di relazioni politiche, finanziarie e criminali […] Quanto al dottor Berlusconi, il suo interventismo attuale è sintomo della reazione di una parte del vecchio regime che, avendo accumulato ricchezza e potere negli anni Ottanta, pretende di continuare a condizionare la vita politica anche negli anni Novanta”.

 

   

 

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ControCorrente è a cura di Giorgio Bozzetti e Ivan Perozzi. Tutti gli articoli presenti sono esenti da copyright e possono essere copiati, trascritti, rivisitati, commentati e linkati liberamente, previo avviso all'autore dell'articolo.