Giusto lo scorso 8 settembre, sessantesimo
anniversario della firma dell’armistizio, e all’indomani
delle affermazioni del premier Silvio Berlusconi sulla “diversità antropologica” dei
giudici italiani, Oscar Luigi Scalfaro si è lasciato andare
sulle pagine dei maggiori quotidiani nazionali a paragoni gravissimi
e molto espliciti che hanno chiamato in causa l’attuale governo: “Ci
sono dei tarli che stanno erodendo la Costituzione e la storia
d’Italia. Attenzione ai primi sintomi. Non facciamo finta
di non vedere. Anche Mussolini andò al potere nel rispetto
dello Statuto Albertino…”. Senza voler essere altrettanto
audaci nel trovare analogie così lontane, quello che in
nessun modo può sfuggire all’evidenza è la
somiglianza, netta, decisa e inequivocabile, la
continuità negli
intenti, tra il partito-azienda istituito da Berlusconi all’indomani
dello scandalo di Tangentopoli, il suo programma e la sua condotta
di governo e il piano di quello che ancora oggi costituisce uno
dei più fitti misteri del sottobosco politico dell’Italia
della Prima Repubblica, vale a dire la Loggia P2. Lo dice la biografia
stessa del Cavalier Berlusconi, che si fece strada come imprenditore,
prima come costruttore, poi come editore, finendo per occuparsi
infine pressochè di tutto, proprio nel periodo di massima
espansione della Loggia massonica di Licio Gelli, cui infine risultò iscritto;
lo dicono i suoi fitti rapporti col mondo politico ai tempi di
Craxi, di Andreotti, di Forlani (il cosiddetto Caf); lo dice infine
un attento confronto tra il programma stilato a suo tempo da Gelli
e quello di Forza Italia. Ed è tutto ciò che
andiamo ad analizzare.
1. LA LOGGIA P2
La
P2 (dove P sta per propaganda) era una loggia massonica segreta,
che sviluppò i suoi gangli nella società e nel mondo
politico italiano a partire dal 1975 e, ufficialmente, fino al
1981, quando, per la precisione il 4 luglio, la polizia rinvenne
una valigetta in possesso della figlia di Licio Gelli (il capo
della P2) all’aeroporto di Fiumicino, contenente programma
politico e memorandum della loggia, facendo istituire una Commissione
parlamentare d’inchiesta. Lo scandalo portò alla crisi
del governo Forlani, nelle cui stesse fila risultarono presenti
due ministro pidduisti: Enrico Manca, che era al Commercio Estero,
e Adolfo Sarti di Grazia e Giustizia. In sostanza, la loggia costruita
da Gelli si proponeva come una vera e propria alternativa statale,
un vero potere occulto a vocazione affaristica, che dichiarava
in maniera esplicita di voler effettuare una stretta in senso autoritario
e oligarchico in seno alle istituzioni, attraverso la corruzione
e il condizionamento di politici, sindacati, giornalisti, magistrati,
puntando all’infiltrazione occulta della longa manus della
P2 in ogni settore della vita politica e sociale dello Stato. Infiltrazione
nei partiti, dunque, e controllo dei media: erano questi i due
imperativi. Il Memorandum accluso al programma trovato in possesso
della Gelli spiega molto bene il contesto storico e politico che
portò alla nascita di questo movimento: una profonda crisi
economica, con il boom del 1986 ancora molto lontano da venire,
dovuta secondo i piduisti ad un eccesso di pretese salariali, dallo
scarso rendimento sul lavoro (e qui risulta già evidente
la lotta contro i sindacalismi e ogni forma di garantismo); ad
un crisi morale profonda derivante dal fatto che l’Italia
non sarebbe stata ancora una nazione pronta ad essere elevata a
livello delle democrazie nordeuropee come invece si pretendeva,
e che ebbe le sue drammatiche rappresentazioni nelle contestazioni
del 1977, nella strategia del terrore propugnata dai gruppuscoli
extraparlamentari di destra e di sinistra, le stragi, il rapimento
e la morte di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse, le spinte
sindacaliste; allo stesso tempo causa ed effetto di tutto ciò naturalmente,
una forte crisi del sistema politico stesso, caratterizzato da
una forte instabilità, dalla perdita della capacità della
Democrazia Cristiana di rappresentare una fetta finora importantissima
di popolazione. Questo contesto sociale faceva temere ai massoni
piduisti che una crescita esponenziale del Pci, unico partito in
questa fase capace di interpretare i cambiamenti in vista, avrebbe
portato l’Italia, geograficamente situata in una zona delicatissima,
di confine tra l’Ovest atlanticizzato e l’est sovietico,
alla deriva verso l’instaurazione di un regime comunista.
Il rimedio è quindi, secondo il memorandum, costituito nel
breve nel raccoglimento sotto lo stesso scopo comune di tutte le
forze conservatrici moderate al fine di contenere l’emorragia
di voti che dissanguava la Dc (ed è esattamente ciò che
si verificò negli anni del pentapartito con Psi, Psdi, Dc,
Pri e Pli), nel medio periodo lavorare alla “rifondazione
e il ringiovanimento” del partito democristiano, con l’epurazione “dell’80%
della dirigenza” fino addirittura all’ipotesi di “acquistare” il
partito, attraverso il sistema di tesseramento; nel lungo perido
si puntava all’instaurazione di un regime bipolaristico (con
due differenti schieramenti, nessuno dei quali su posizioni estremiste,
proprio come adesso). Si trattava dunque di un vero e proprio “piano
concreto di ripresa” delle istituzioni, come viene chiamato
nel testo, imperniato soprattutto sulla ristrutturazione della
Dc, tradotta anche in una serie di nuove scelte politiche e di
programma di governo. Quelle della P2. Al termine dei suoi lavori,
la Commissione Parlamentare di inchiesta stabilirà che la
Loggia P2 “si è posta come motivo di inquinamento
della vita nazionale mirando ad alterare in modo spesso determinante
il corretto funzionamento delle istituzioni secondo un progetto
che mirava allo snervamento della democrazia. Tale organizzazione,
per le connivenze stabilite in ogni direzione e ad ogni livello,
e per le attività poste in essere, ha costituito motivo
di pericolo per la compiuta realizzazione del sistema democratico”.
La Loggia P2 verrà dichiarata sciolta a norma di legge.
Il venerabile maestro Licio Gelli verrà inquistito dalla
magistratura per reati gravissimi, tutti legati alle attività della
Loggia: l’omicidio del giornalista Pecorelli, concorso in
bancarotta per il crack del Banco Ambrosiano, come mandante dell’omicidio
del banchiere Roberto Calvi, per la costituzione di capitali all’estero,
per cospirazione politica, spionaggio, interesse privato in atti
d’ufficio, rivelazione di segreti di Stato, finanziamento
di gruppi armati a scopo eversivi, associazione sovversiva con
finalità di strage, depistaggio di indagini, calunnia, millantato
credito, associazione a delinquere e truffa aggravata. In totale,
tra il 1992 e il 1994, sarà condannato a scontare 35 anni
di detenzione.