Il neo-liberismo è un
sistema economico e politico in base al quale ogni singolo individuo,
pensando esclusivamente a se stesso, al proprio tornaconto e
ai propri profitti, entra in una competizione SPIETATA contro
tutti gli altri e, come in una gara di macchine da corsa, tutti
cercano di superare tutti per arrivare primi.Non a caso uso l’aggettivo "spietata". È in
nome dell’individualismo e della concorrenza, infatti,
che:
-
il presidente americano Bush si è rifiutato di firmare
il trattato di Kyoto sull’inquinamento dell’ambiente
, dichiarando di non poter imporre alle industrie americane
di produrre di meno o di affrontare spese altissime per limitare
l’emissione di gas inquinanti;- gli allevatori di mucche
pazze, pur di vincere la concorrenza e aumentare i propri profitti,
sono disposti a dare da mangiare farine animali (meno costose)
ad esseri erbivori, facendo così sviluppare una malattia
più micidiale dell’AIDS (l’encefalopatia
spongiforme bovina), uccidendo i propri simili (l’uomo);-
i pubblicitari continuano ininterrottamente a bombardarci di
messaggi per indurci a desiderare e a comprare quello che non
avremmo mai desiderato e comprato (e purtroppo ci riescono);-
i produttori di cibi geneticamente modificati contribuiscono,
a danno dei prodotti biologici, a lanciare sul mercato alimenti
che causano allergie e malattie simili all’anoressia
in particolari soggetti;
-
i produttori di cellulari continuano a produrre cellulari a
prezzi sempre più bassi senza avere dati certi sull’incolumità delle
onde elettromagnetiche…ecc.
Questo
elenco potrebbe non finire mai, ma gli esempi qui riportati credo
siano sufficienti per dimostrare che il neo-liberismo (un miscuglio
tra l’individualismo e la concorrenza spietata), tanto
amato da Bush, Berlusconi, Sharon e molti altri politici ed economisti
della nostra epoca, non è altro che un sistema economico-politico
in cui TUTTI FANNO GUERRA CONTRO TUTTI: ma è una guerra
più crudele e disumana di quella che siamo abituati a
conoscere, per il semplice fatto che NON E’ ESPLICITAMENTE
DICHIARATA.Si dice che la storia insegna, ma a volte non è così.
Fino a prima della crisi di Wall Street del 1939, anno in cui
crollarono gli indici di borsa e molti titolari di azioni si
tolsero la vita per aver perso tutti i loro capitali, prevaleva
un sistema economico liberista, ideato da Adam Smith e altri
economisti, in cui lo Stato si limitava a garantire i servizi
fondamentali, come l’amministrazione e la giustizia, e
non interveniva nella negli affari dei privati cittadini. Per
superare la profonda crisi (che dall’America all’Europa
aveva ridotto alla fame molti cittadini) fu necessario l’intervento
dello Stato che, su consiglio di un grande economista (Keynes),
finanziò le imprese in difficoltà e promosse alcuni
lavori pubblici per alleviare la disoccupazione. Dopo anni di
interventismo statale si è verificato un’inversione
di marcia, un ripensamento della teoria keynesiana che ha portato
all’attuale sistema economico chiamato, appunto, neo-liberismo,
prevalente nella maggior parte (se non in tutti) dei paesi occidentali.Oggi
i privati, liberi di muoversi senza limiti in un mercato sempre
più globale, continuano a competere cercando di abbattere
i costi di produzione (tra cui i salari (vedi il tentativo di
modificare l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori)),
di sostituire l’uomo alle macchine (più produttive
e meno fastidiose), al fine di creare ricchezza (naturalmente
materiale) e schiacciare chi è più debole.La vera
ricchezza di un paese (quella spirituale) non si misura (e vorrei
che il signor Berlusconi lo capisse) con il prodotto interno
lordo o con la possibilità di poter consumare beni materiali,
ma con la disponibilità dei ceti più agiati a pagare
più tasse (e non meno tasse), cioè soldi destinati
a chi non ha avuto la possibilità di andare avanti senza
incontrare o senza riuscire a superare gli ostacoli della vita
fatta di contraddizioni e difficoltà.La ricchezza si misura
con la quantità di atti altruistici che si compiono in
un paese. La vera ricchezza si misura con l’AMORE e non
con i soldi (all’età di 20 anni sono arrivato a
questa conclusione).Pur non essendo un cattolico, ammiro molto
le parole di don Ciotti che (contro il volontariato, perché attività di
pochi) ambisce alla formazione di una società in cui tutti
siano dei volontari (nessuno escluso), in cui tutti siano disposti
ad aiutare il prossimo.
Se vogliamo
una società così "bella" dovremmo sacrificarci
materialmente, dovremmo cioè consumare un po’ meno
beni superficiali per garantire beni di fondamentale importanza
a chi sta molto peggio di noi. In sostanza dovremmo rifiutarci
di accettare la riduzione delle tasse (tanto voluta da Berlusconi
e dagli italiani che l’hanno votato), perché le
tasse sono effettivamente e concretamente un modo
(se non il modo) per pensare al prossimo garantendo una più equa
redistribuzione del reddito. Solo rifiutando di ridurre le tasse
si potrà (ripeto concretamente) realizzare una società equa
e solidale tanto ambita da don Ciotti
Giorgio
Sortino
28/11/2002