Iraq sotto le bombe
intelligenti (ma distruttive) degli americani. Era inevitabile.
Dalla crisi della Enron in poi, gli USA hanno subito un tracollo
economico graduale, che li ha portati alla situazione attuale,
quella cioè in cui hanno un disperato bisogno di controllare
le risorse energetiche mondiali.
La guerra in Iraq va vista sotto la prospettiva di una guerra energetica, volta
al controllo a stelle e strisce del petrolio (l’Iraq è il
secondo produttore mondiale di greggio) e dell’acqua.
Proprio l’acqua sta diventando una risorsa assai scarsa, quasi più scarsa
del petrolio,
perciò controllare quei due fiumi, cioè Tigri ed
Eufrate, significa avere in mano una risorsa energetica incredibile. Da qui deriva
il disperato bisogno degli Stati Uniti di controllare e occupare militarmente
Bassora: in questa città i due fiumi sono molto vicini, e vi è quindi
la portata maggiore di acqua. Ecco il perché del famoso “cambio
di strategia”, che ha portato i militari all’“obbligo” di
una guerra casa per casa, che consentisse loro di appropriarsi per intero del
territorio. Come informa il Corriere della Sera “alcune stime indicano
che nei prossimi anni l’acqua avrà un giro d’affari del valore
di centinaia di miliardi di euro. Questa tendenza è legata soprattutto
alla privatizzazione della distribuzione dell’acqua che, in particolare
in Europa, sta diventando normalità”. Da un articolo de La Repubblica
(che trovate linkato in calce), si apprende che “negli anni ’80 circolava
più di un progetto per portare l’acqua dall’Iraq al Kuwait
e all’Arabia Saudita […] il Kuwait offrirà 2,7 milioni di
litri d'acqua al giorno al sud dell'Iraq, dove la popolazione da due settimane
sopravvive a stenti senza acqua potabile e corrente elettrica. Il ricco emirato
sta ultimando la costruzione di un acquedotto che verrà alimentato dalle
centrali di desalinizzazione dell'acqua marina. Un litro d'acqua desalinizzato
costa molto più dello stesso quantitativo di petrolio”. E quindi
una risorsa che dovrebbe essere di tutti, come l’acqua, diventa un bene
nelle mani di una superpotenza, che la sfrutterà per rilanciare l’economia
ed ottenere profitti sempre più alti .
È senza dubbio
una guerra di invasione. Fosse stata una guerra volta a rovesciare
il regime di Saddam (come si affannano a dirci i media, strumento
principale della propaganda occidental-statunitense) sarebbe stato
sufficiente un colpo di Stato di alcuni militari infiltrati e il
gioco sarebbe stato fatto. Ma il possesso del territorio? È questo
il nodo centrale della guerra.
Seconda risorsa: il petrolio. Solito grande cruccio del mondo occidentale.
L’impressionante quantità di greggio sotto il terreno irakeno
fa gola, e possedere direttamente quella risorsa senza dover trattare il pezzo
con nessuno fa certamente molto comodo. Ne deriva la necessità del controllo
della capitale Baghdad. Avere la capitale vuol dire avere la supremazia, e
quindi il controllo di tutto il territorio, di tutte le risorse.
Terzo: le fabbriche
di armi. Non è di poco conto.
La verità è che questa guerra, come tutte le guerre, ha la funzione
principale del rilancio dell’economia. È la logica della borsa:
l’11 settembre 2001 migliaia di americani avevano perso alcuni cari,
altri urlavano in borsa per cercare di perdere meno denaro possibile.
La borsa e l’economia di un paese, o di un sistema, valgono evidentemente
di più di molte vite umane. E mi riferisco sia alle vite degli irakeni,
sia alle vite dei soldati inglesi e americani, che credono di morire per un
ideale, e in realtà muoiono solo per arricchire le grandi lobby. I poveri
soldati americani, quasi tutti non americani ma “extrastatunitensi”,
che pur di lavorare al fine di ottenere la cittadinanza americana (che prevede
un lavoro, non come in Italia un certo grado di parentela o affinità con
italiani) si arruola in questo o quel corpo.